«Nella società dei consumi la "migliore versione di sé" viene banalizzata facendone una questione esclusivamente estetica. Il motivo è semplice: la bellezza è l'unica qualità che può essere messa in vetrina e, di conseguenza, venduta»
Gli standard estetici a cui veniamo sottoposti quotidianamente insinuano nel nostro inconscio un senso di colpa latente per l’inadeguatezza del nostro aspetto e per il fatto di invecchiare. Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo giovane e tonico, offerto in sacrificio per voi. Ci eravamo appena liberati del senso di colpa cattolico ed eccoci di nuovo punto a capo, un nuovo senso di colpa in salsa contemporanea.
In un articolo pubblicato su Linkiesta, l’irriverente Guia Soncini scrive che :
L’algoritmo ha capito che sono vecchia, e dà quindi per scontato m’interessi essere più in forma, trovandosi l’algoritmo nel secolo in cui intervistano Jane Fonda, ottantasette anni, chiedendole se ce l’abbia il fidanzato: la seduttività ha smesso d’essere una merce deperibile, dobbiamo essere scopabili fino alla tomba. E scopabili significa: magre.
Però questa cosa non si può dire, perché abbiamo inventato la body positivity (eravamo a corto di stronzate), e quindi nessuna ammette che l’allenamento le serva a dimagrire. La parola non è più “magrezza”, neanche per quelli che vanno a chiudersi in spa simili a quella in cui andavano Verdone e Pozzetto in “Sette chili in sette giorni”. La parola è: benessere.
Detto in termini meno brutali: il marketing del mangiare sano e dello sport, soprattutto sui social, parla di benessere in modo strumentale e un po' ipocrita. Nessuno si allena spinto dalla vanità, figurarsi. Le ragioni sono sempre “altre”, ovviamente più nobili. Piacersi per stare bene con gli altri (che altruismo!), mantenersi in salute, ridurre lo stress.
Il senso di colpa di chi guarda allora si ingigantisce: in gioco non c’è solo la bellezza, ma molto di più.
Messaggi dal futuro
Dalla Guerra Fredda la Corea ha attraversato un processo di trasformazione impressionante, che l’ha portata a una separazione non solo politica tra Nord e Sud, ma anche temporale: a separare Seul da Pyongyang sembrano esserci secoli di sviluppo tecnologico. L’esperimento politico della Guerra Fredda nella penisola coreana ha avuto esiti distopici: a nord (senza dubbio) ma anche a sud non se la passano gran bene. Il lato oscuro del capitalismo: insicurezza, ansia, F.O.M.O., problemi di salute mentale sono a livelli record.
La letteratura, la musica e il cinema sudcoreani raccontano una vera e propria ossessione per il successo personale e una competizione molto agguerrita per emergere. In coreano esiste una parola specifica per indicare un concetto che in altre lingue può essere espresso solo con un giro di parole. La parola è momjjang e significa “avere un corpo e un viso perfetti”. Non si tratta di un tradizionale invito all’armonia del corpo (mens sana in corpore sano, avrebbero detto i romani) bensì di un requisito fondamentale per raggiungere l’obiettivo di migliorare il proprio status sociale. Che è quello che facciamo ogni volta che ci mostriamo sui social, ma in forma decisamente estremizzata. La chirurgia estetica in Corea è talmente diffusa e accessibile che se a un colloquio di lavoro non vieni selezionato, perché hai deciso di tenerti la tua brutta faccia e di presentarti con quella, è un problema tuo. Evidentemente, non ci tenevi abbastanza.
Parallelamente, negli internet forum statunitensi frequentati da soli maschi, ormai da qualche anno circola il termine looksmaxxing: la massimizzazione del potenziale estetico proposta da guru come Andrew Tate agli involuntary celibates (“celibi involontari” o incel) come risposta agli standard elevatissimi imposti ai maschi dalle femministe. Un vero Alpha man segue una routine stringatissima, si sveglia alle 5, si allena tutti i giorni, mangia cibi proteici, resta concentrato sul suo obiettivo. Fa tutto ciò che è in suo potere per raggiungere la “migliore versione di se stesso”, altrimenti resterà vergine a vita.
Looksmaxxing e momjjang esprimono, sostanzialmente, lo stesso concetto: in un mondo dove tutto è merce, anche gli esseri umani devono fare tutto ciò che è in loro potere per risultare “appetibili”.
Se non raggiungi la “migliore versione di te”, nessuno ti piglia e resti sullo scaffale.
È qui che risiede l’essenza della distinzione del Sé nel ventunesimo secolo: le routine alimentari, e più in generale di benessere, si presentano come l’unica scelta di vita significativa in grado di disegnare la traiettoria individuale di ciascuno nel mondo, ponendosi alla base dell’identità personale. E infatti dalla gestione dei pasti e dell’apporto nutrizionale, si passa a quella dell’intera esistenza. Una volta varcata la soglia dei reel sui diari alimentari, si può accedere a quelli che illustrano con dovizia di dettagli la micro gestione del tempo quotidiano con cui ogni creator affronta il vuoto dell’esistenza contemporanea.
(Priscilla de Pace, L’ossessione per il benessere non ci salverà, in Lucy sulla cultura).
Sempre in Corea l’ossessione per la routine quotidiana trova un contraltare inquietante nel fenomeno del meokbang, dirette social di influencer che si abbuffano di cibo di fronte a milioni di follower. Gli spettatori sono persone che si nutrono “per procura”, sfinite da una quotidianità di privazioni, allenamenti sfiancanti e di autocontrollo.
In Europa non siamo ancora arrivati a questi eccessi, cioè ad accettare l'idea che ci sia un rapporto di causa-effetto tra l’essere brutti ed essere esclusi socialmente. O meglio... sì, ma abbiamo il buon gusto di non dichiararlo apertamente. Al momento ci accontentiamo dell’equazione brutto=pigro. Non importa se fai volontariato, se suoni uno strumento, se sei impallinato di protoindoeuropeo: non fare il pigro, su, iscriviti in palestra.
Mi perdonerà, Zygmunt Bauman, se taglio le sue teorie con l’accetta, ma il succo della questione è questo: è passato il tempo in cui i beni dovevano essere durevoli, nella società dei consumi non cambiamo la macchina perché quella che abbiamo non funziona più, ma perché è uscito un modello nuovo e abbiamo voglia di cambiare. Buttiamo abiti che abbiamo acquistato per noia e non abbiamo mai indossato, solo perché non vanno più di moda (che cambia sempre più spesso: la fast fashion rilascia collezioni settimanali). Questa impostazione mentale viene applicata, in modo inconscio e irrazionale, anche alle relazioni umane. Da lì la paura di essere lasciati, buttati o sostituiti: non so cosa abbia provato Demi Moore quando Ashton Kutcher l'ha lasciata per Mila Kunis, ma credo che sia ciò che ancora la costringe, a sessantadue anni, ad alternare l'appuntamento dal chirurgo a quello in palestra.
Il filosofo Günther Anders sostiene che se fino al secolo scorso la nudità creava scalpore, nel mondo contemporaneo la vergogna non è più legata al corpo nudo in sé (ne siamo circondati) ma all'esposizione di un corpo "su cui non si è fatto alcun lavoro". Siamo dei "prodotti" e come tali la versione al grezzo vale molto meno di un oggetto ben rifinito. I mercati sono ben lieti di approfittare delle nostre insicurezze, fornendoci tutta la strumentazione necessaria alla manutenzione della carrozzeria. È a questo che devono aver pensato i miei colleghi quando, vedendomi leggere (sconcertata) che la festa aziendale quest'anno si terrà in spiaggia, mi hanno detto: ma sì, se ti iscrivi in palestra adesso, fai in tempo a rimetterti in forma. Cara Soncini, che dobbiamo essere "scopabili fino alla tomba" non lo pensa solo l'algoritmo, lo pensiamo tutti.
Piacersi non basta
Questo rapporto “malsano” con il corpo non è una questione individuale, come si potrebbe pensare, ma collettiva. È frutto di un sistema valoriale globale, che ha radici economiche più che psicologiche. E infatti sono anni che parliamo di accettazione, di insicurezze, di “imparare a piacersi” senza spostare il problema di un millimetro. Nella società dei consumi la "migliore versione di sé" viene banalizzata facendone una questione esclusivamente estetica. Il motivo è semplice: la bellezza è l'unica qualità che può essere messa in vetrina e, di conseguenza, venduta.
La domanda sorge spontanea: la mercificazione dell'esistenza, le implicazioni sociali del capitalismo, bla bla bla. Tutto vero, tutto giusto, ma in termini più concreti, cosa c’è di male nel voler essere belli? Se con una punturina di botox mi sento meglio, perché non dovrei farla?
Le conseguenze non sono evidenti, ma esistono. Eliminando le rughe e tutti gli altri difetti che tradiscono lo scorrere del tempo (siamo merci deperibili) la giovinezza viene prolungata senza scadenza, e con questa anche le paranoie che sono il tratto distintivo dell’adolescenza e che come unico vantaggio avevano il fatto di durare poco. Il mito della giovinezza è un’idea malsana che contrae il senso dell’esistenza in quel breve arco della vita in cui siamo esteticamente belli, spensierati e legittimamente egoisti. Solo che la natura ha previsto un termine a tutto questo. Rispetto alle generazioni precedenti, noi Millennials siamo tremendamente immaturi, eternamente bloccati in inutili paranoie, come dei ragazzini. Oddio, sono brutta.
Intorno a noi si stanno giocando le grandi partite del nostro tempo: le migrazioni, la rivoluzione dell’I.A., la rivincita delle autocrazie.
L’immagine che vediamo nello specchio è solo una piccola parte della nostra identità e solo uno dei tasselli che definiscono il nostro ruolo nel mondo. Riusciremo mai a trovare qualcos’altro, oltre al nostro involucro, per affrontare quello che Priscilla De Pace ha definito il vuoto dell’esistenza contemporanea? Troveremo un modo per farcelo andare bene, questo qualcosa, anche se in foto non si vede?
Un problema collettivo non può avere soluzione individuale: dovremmo iniziare a parlarne insieme. Come fanno i grandi.

Commenti
Posta un commento